Neuroscienze, Laura Crucianelli: “Ricerca in Italia? Una corsa ad ostacoli”

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Laura Crucianelli, ricercatrice nell’ambito delle neuroscienze, si racconta in un’intervista a Londra Notizie 24, tra l’Italia e l’estero.

La ricercatrice Laura Crucianelli si racconta

Sono tante le storie di talentuose ricercatrici italiane che, per problemi strutturali del Bel Paese, sono state costrette a cercare fortuna altrove. Tra queste, Laura Crucianelli, di cui Londra Notizie 24 ha il piacere di raccontare la passione per una disciplina innovativa: le neuroscienze.

Sul curriculum, Laura Crucianelli può vantare esperienze e nomi di spessore. Dopo aver completato una laurea in Psicologia all’Alma Mater Studorium di Bologna (con un master in Neuroscienze e Neuropsicologia), si trasferisce a Londra: “Ho soggiornato a Londra grazie al progetto Erasmus: me ne sono subito innamorata.

In Regno Unito, lavora prima come assistente di ricerca per l’Institute of Psychiatry del King’s College London, salvo poi vedersi offrire la possibilità di completare il PhD ad Hatfield.

Da lì, una serie di esperienze come ricercatrice in giro per l’Europa: tra queste la prestigiosa University College London e la Universidad Loyola Andalucia di Siviglia.

Attualmente ricercatrice Marie Sklodowska-Curie al Karolinska Institutet di Stoccolma, si divide fra Svezia e Regno Unito, dove mantiene un ruolo di Honorary Research Associate a Ucl.

Neuroscienze, una disciplina “giovane e stimolante”

Le neuroscienze rappresentano una interessantissima branca interdisciplinare della biologia e scienza più in generale. Tuttavia, la loro “giovinezza” rappresenta un ostacolo per molti, che ne faticano a delimitare il raggio di azione. Ce ne potrebbe parlare? Insomma, per lei, cosa sono le neuroscienze?
Si, è una disciplina giovane e proprio per questo, a mio avviso, molto stimolanteÈ una branca che abbraccia la biologia, le scienze cognitive, la fisiologia, la chimica, la psicologia, e molto altro. Il mio interesse sono prettamente le neuroscienze cognitive, ovverosia la comprensione della comunicazione tra mente, cervello e corpo. In altre parole, come il cervello ci aiuta a percepire la realtà? Come facciamo a rispondere in modo adeguato a ciò che avviene in torno a noi, tramite il nostro comportamento? C’è tanto da fare e non credo sia un ostacolo.
La sua specializzazione è percezione tattile, integrazione multisensoriale e sé corporeo. Inoltre, di recente, ha tenuto una conferenza sul ruolo della percezione tattile nella consapevolezza di sé. Insomma, le chiedo, quanto è vero che bisogna “toccare per credere”?
La percezione tattile ci offre uno strumento unico per comprendere ed esplorare la realtà che ci circonda. Siamo costantemente stimolati a livello tattile, anche se non ce ne rendiamo conto. Il tatto è il senso che ci mette, appunto, in con-tatto con il mondo esterno e con gli altri. D’altronde, siamo animali sociali: non potremmo sopravvivere senza il contatto fisico tra di noi. Ultimamente, le nostre ricerche hanno dimostrato come il tatto, in modo forse meno intuitivo, sia anche fondamentale per il modo in cui ci relazioniamo a noi stessi e per la nostra consapevolezza.

La ricerca: “Noi italiani voluti in Europa, ma problemi ovunque”

Prima Londra, ora Stoccolma. Lei è uno degli esempi di giovani e talentuosi italiani che non riescono a trovare le risorse giuste in Italia per poter sviluppare la passione per la ricerca. Quanto e perché è importante andare all’estero per fare ricerca? Da dove bisogna partire per cambiare questo trend, quindi non solo invogliare gli italiani a rimanere, ma anche attrarre talenti internazionali?
Ho deciso di trasferirmi all’estero perché altrimenti, in Italia, avrei dovuto aspettare sei mesi prima di poter fare il mio tirocinio post laurea – per lo più, non retribuito. Col senno di poi, sono felice di essere partita: credo sia essenziale un’esperienza all’estero, semplicemente perché tutto ciò che è al di fuori dalla nostra comfort zone risulta essere anche fonte d’ispirazione e crescita. I ricercatori italiani sono molto apprezzati: siamo statisticamente quelli che ottengono il maggior numero di fondi europei. Poi il peccato è che questi fondi vengano investiti nel lavoro di università non-italiane. Tuttavia, i problemi sono vari e non presenti solo in Italia. Nel caso del nostro Paese, sono principalmente burocrazia, scarsità di fondi, ed una cultura accademica estremamente gerarchica a rendere la carriera di giovani ricercatori una vera e propria corsa ad ostacoli.

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