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Camden Fringe 2026, Together in the End e Scaleno: due spettacoli, lo stesso sogno

Calato il sipario sul Camden Fringe 2026 è tempo di bilanci sul debutto degli spettacoli di due italiani che hanno condiviso con noi la loro prima esperienza al festival: Together in the End di Ryan Rusconi e Scaleno di Antonella Fittipaldi.

Camden Fringe 2026, Together in the End e Scaleno: due spettacoli, lo stesso sogno

Con gli ultimi spettacoli del 30 agosto, il Camden Fringe si è congedato dagli artisti e dal pubblico, dando appuntamento all’edizione 2027. Sicuramente con lo stesso entusiasmo e, c’è da scommetterci, con un altro nutrito numero di proposte interessanti. Calato il sipario, è tempo di bilanci e di qualche riflessione sugli spettacoli di due italiani che hanno condiviso con noi la loro prima esperienza al Camden Fringe.

Diversi, ma pur sempre italiani

Stiamo parlando di Together in the End di Ryan Rusconi (NCProductions) e Scaleno di Antonella Fittipaldi (La Nuda Compagnia): due spettacoli diversissimi tra loro, ma che, ciascuno a modo proprio, sono portatori di una certa italianità.

Cominciando da Together in the End, la drammaturgia di Niall McCarthy presenta una certa assonanza con la nostra tradizione, soprattutto nei passaggi ironici in cui viene presa di mira la religione cattolica. È un riferimento al retaggio dell’educazione ricevuta dallo stesso McCarthy, un imprinting alquanto familiare a noi italiani cresciuti a pasta e catechismo. Una parentesi divertente, ma intelligentemente inserita per spezzare la tragicità degli eventi che incombono su una giovane coppia, ben interpretata da Juliette Smith (Viv) e Matthew Blaney (Adam). E alla fine resta una domanda: dove va l’amore quando il mondo sta per finire?

In Scaleno, invece, l’Italia è nell’anima stessa della performance autobiografica di Antonella Fittipaldi.

È nel linguaggio, sprezzante e diretto; è nella familiare lingua di Pulcinella legata alla sua infanzia; è opulenta, come la nostra cultura, ma anche soffocante, come sa essere la nostra società quando spinge a conformarsi. E, non ultimo, è nella fisicità. Qui la gestualità, da sempre tratto che ci contraddistingue, non è soltanto espressione. La performance diventa quasi una prestazione atletica di teatro fisico.

È un elemento fondamentale per l’artista partenopea che, parlando di sé, affronta tematiche molto delicate. Problematiche nelle quali il pubblico, se non si riconosce direttamente, non può che empatizzare.

La realizzazione di un sogno

Come ci avevano raccontato gli stessi artisti, portare questi spettacoli al Camden Fringe ha rappresentato il coronamento di un sogno, la realizzazione di un traguardo fortemente voluto.

Ed è anche la dimostrazione che il teatro può andare oltre i confini nazionali e, soprattutto, oltre gli schemi tradizionali, spesso orientati alla ricerca di incassi facili a discapito della sperimentazione e di una drammaturgia più audace.

È forse anche per questo che il Fringe inglese rappresenta la chiave di accesso a un teatro forse più libero e d’avanguardia, sia palcoscenico ideale per artisti che hanno qualcosa da sperimentare sia per un pubblico disposto a lasciarsi sorprendere dal nuovo.

Teatro di qualità

Perché non è necessario spendere centinaia di sterline per assistere a spettacoli interessanti e ben interpretati. Non occorre nemmeno trovarsi in uno dei teatri pieni di stucchi della Theatreland del West End: il Camden Fringe, e non soltanto questo festival, lo dimostra.

Basta uno spazio, anche piccolo, adattato a teatro per assistere a performance di tutto rispetto: sopra un pub, come nel caso del Rosemary Branch Theatre per la produzione di Ryan Rusconi, oppure in un piano interrato, come il Libra Theatre Café, location di Scaleno.

Al Fringe gli allestimenti scenici sono solitamente piuttosto minimalisti e lasciano l’attore senza molti degli appigli che possono aiutarlo in caso di difficoltà. Il successo, o meno, dello spettacolo si regge quindi quasi esclusivamente sulla recitazione.

Ed è qui che, a nostro avviso, sta la bellezza, ma anche la giustizia impietosa del teatro: tutto è nelle mani di chi calca il palcoscenico, e non ci sono scorciatoie.

La vera prova del nove arriva poi quando qualcosa non va secondo programma.

Practice makes perfect

“Practice makes perfect”, recita un popolare idioma inglese. Un principio che può rivelarsi particolarmente utile quando qualcosa va storto.

In Together in the End, due sedie sono gli elementi scenici principali posti al centro della scena, mentre altri oggetti rimangono sul fondo e vengono utilizzati all’occorrenza.

Come per alcuni girasoli, tolti dal vaso nella scena in cui Viv e Adam fingono di sposarsi per provare anche questa esperienza prima della fine che incombe.

Può capitare, però, che nel bel mezzo di un passaggio capiti l’imprevisto, così, per esempio, gli occhiali di Matthew Blaney sono stati colpiti inavvertitamente con un gesto maldestro e hanno rischiato di finire per terra. Un piccolo fuori programma, quasi impercettibile, che ricorda anche quanto la tensione accompagni sempre, in qualche misura, la prima di uno spettacolo.

Nemmeno Antonella Fittipaldi è sfuggita all’imprevisto. Al Fringe ha dovuto fare a meno della presenza della regista, impossibilitata a viaggiare, e sostituita in extremis (mannaggia alla Brexit!). Un bel grattacapo, che ha costretto la stessa Fittipaldi a rimboccarsi le maniche, riuscendo comunque a portare il suo teatro nella terra del Bardo, e non per intercessione del (santo) Maradona, che nella scenografia appare alla stregua di un’immagine votiva che fa bella mostra di sé sopra un tavolino. Una certezza che, a suo modo, fa a “cazzotti” con la voce inglese dal tono quasi artificiale, sempre interpretata da Antonella, con cui le altre due sue voci battibeccano e si confrontano. Qualche dettaglio tecnico sarebbe forse da rivedere, inevitabilmente condizionato dall’assenza di un adeguato supporto, ma nulla che riguardi la prova dell’attrice.

Fittipaldi non si risparmia per tutta la durata dello spettacolo, nei panni conflittuali di sé stessa e lo fa senza snocciolare al pubblico una lezioncina né consegnargli un messaggio univoco. Sta allo spettatore confrontarsi con quello che vede e, perché no, uscire dalla sala con qualche domanda in più.

Il Fringe, e poi?

Per Scaleno l’avventura non finisce qui. Ritroveremo Antonella Fittipaldi al Barons Court Theatre il 6 e 7 novembre, nell’ambito del Voilà! Theatre Festival. Il programma è stato reso noto proprio in questi giorni ed è già possibile prenotare i biglietti (Scaleno al Voila festival). C’è da scommetterci, sarà un’altra occasione per vedere come questo lavoro, nato da un’esperienza profondamente personale, riesca a parlare anche oltre i confini della propria storia.

Per Ryan Rusconi, invece, è stata un’estate all’insegna degli impegni artistici su più fronti. Dopo il teatro al Camden Fringe, è stata la volta della mostra multimediale Shades of Atonement, ospitata alla Bomb Factory Art Foundation di Marylebone: un’esposizione dedicata a giovani artisti tra i 18 e i 35 anni, provenienti da diversi contesti culturali e con esperienze personali differenti, chiamati a confrontarsi con il tema del riscatto e della riparazione dei torti.

Together in the End e Scaleno sono due spettacoli molto diversi, di artisti italiani dai percorsi differenti, ma entrambi con il desiderio di mettersi alla prova e rischiare. Forse sta proprio in questo l’essenza di chi partecipa al Fringe: salire su un palcoscenico e vedere fino a dove può arrivare ciò che hai da dire.

E questo non è poco.


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