Il Salento incontra il mondo a Londra con la musica degli Amaraterra

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Gli Amaraterra, band musicale formatosi da un piccolo gruppo di appassionati salentini nel 2011, ha portato un pezzo di Salento a Londra raccontandolo attraverso la musica e in particolare la pizzica. Come succede sempre a chi l’ascolta per la prima volta, la musica degli Amaraterra, che dalla tradizione si è evoluta abbracciando la scena multiculturale londinese, accende un fuoco profano e inestinguibile. 

In occasione del loro prossimo concerto che si terrà il 20 gennaio presso il The Jago, una delle venue artistiche più rinomate di Dalston, ho incontrato Alfredo Giani (mandola, chitarra e voce) per percorrere la storia degli Amaraterra a ritroso.

Tutto è cominciato a Londra

Ciao Alfredo, mi racconti un po’ di te come musicista e come migrante. Cosa ti ha spinto a trasferirti a Londra?

Allora, qualche dato anagrafico: sono nato 53 anni fa a Caserta, quindi in prossimità di importanti “epicentri” della musica popolare del Mezzogiorno (Agro Nocerino-Sarnese, Giugliano, etc.), ma ciononostante mi sono avvicinato alla musica popolare relativamente tardi, al principio degli anni 2000. Ho sempre suonato in qualche gruppo da quando ho grossomodo 15 anni (salvo brevi pause), cominciando dal classico gruppo del liceo, quindi puoi immaginare che in quasi 39 anni ho suonato un po’ di tutto! Il mio primo incontro con il Regno Unito è stato nel 1999 per un breve scambio universitario. Rientrato in Italia (Padova) nel 2003, sono stato introdotto nel magico mondo della musica popolare da amici dell’area Napoletana, formando un trio di musica popolare campana e soprattutto studiando musica antica e popolare. Evidentemente l’Italia mi stava un po’ stretta quindi nel 2008 sono ritornato in Inghilterra ed è qui che ho conosciuto le persone che poi avrebbero formato Amaraterra.

Gli Amaraterra si esibiscono accompagnate da danzatrici di pizzica (copyright Amaraterra).
Gli Amaraterra si esibiscono accompagnate da danzatrici di pizzica (copyright Amaraterra).

Come è cominciato il progetto Amaraterra e da cosa è stato ispirato? 

Il progetto Amaraterra è nato nel 2010 dalla mente di un piccolo nucleo di Salentini-Londinesi con la voglia di poter suonare a Londra la musica di casa (che in quel periodo era già ben avviata alla “viralità'” che avrebbe avuto negli anni successivi), a cui si sono uniti via via altri musicisti (tra cui il sottoscritto). Il nostro “battesimo” è stato un concerto al ristorante La pizzica di Fulham (dove ancora suoniamo ogni San Martino!) e per i primi due anni abbiamo suonato con frequenza quasi mensile in Italian Delis, ristoranti, ed eventi di associazioni pugliesi (in particolar modo “Friends of Puglia” che all’epoca era molto attiva a Londra). Tra il 2013 e il 2017 abbiamo avuto il nostro “boom” iniziato grazie ad una proficua residency al Jamboree Venue, tuttora il principale palco per la world music londinese, dove abbiamo totalizzato quattro anni di sold out mensili e di feste memorabili, riuscendo quindi a ricreare quella “atmosfera di piazza” che è la base più arcaica e “pura” della nostra musica, se vogliamo. In questi anni abbiamo anche iniziato a partecipare ai circuiti concertistici universitari (SOAS tra le varie), e i primi festival. Tra il 2017 e il 2019 abbiamo prodotto il nostro primo album Malvasia (disponibile su Spotify) dove abbiamo provato a sviluppare un prodotto più “maturo”, con arrangiamenti e brani originali, che ha avuto un ottimo riscontro.

Il nome Amaraterra richiama all’emigrazione e al dolore del distacco ma anche alle opportunità da musicisti migranti

Sono curiosa anche dell’origine del nome del gruppo.

Niente di particolarmente straordinario: un beauty contest a partire da una selezione iniziale, Amaraterra è un riferimento alla famosa canzone popolare Amara terra mia nota soprattutto nell’interpretazione di Domenico Modugno. Ovviamente è un richiamo all’emigrazione e al dolore del distacco, senza però volerne fare troppo un Manifesto. Sin dagli inizi, il gruppo si è orientato verso una visione ottimista e allegra della vita e delle opportunità da musicisti migranti ed ha fatto tesoro del ricco ambiente culturale di questa Metropoli, senza eccessiva nostalgia per una terra che, alla fine, può essere raggiunta con un low cost in poco tempo.

So che la vostra formazione non è composta da soli italiani e questo conferisce ancor più un tratto distintivo nella vostra musica.

Si, l’idea di inserire tratti e persone di altre culture è stata in Amaraterra quasi dall’inizio. Ad esempio Il nostro cantante lirico, l’Inglese Mark Glanville, è stato un membro dei Amaraterra quasi dagli inizi ed ha portato la sua personale formazione come cantante d’Opera ma anche di musica tradizionale Ladino e Yiddish, più la sua formazione di studi classici e filologia Greca nel contesto creativo di Amaraterra contribuendo ad arricchire le nostre interpretazioni della musica Grecanica Salentina, di cui è un cultore. Cassandre Balbar, la nostra flautista/cornamusista è francese ed ha portato con sé gli stilemi di altre tradizioni (Occitana, Basca, etc.) che abbiamo assorbito ed adattato al Canone popolare Salentino. Un’altra grande influenza è stata l’area Greco-Anatolica, grazie soprattutto a Stelios Katsatsidis (Fisarmonica) e Thodoris Ziarkas (contrabasso e lira di Creta) ed in generale le decine di musicisti con cui abbiamo collaborato e concerti che abbiamo ascoltato.

Gli Amaraterra in concerto
Gli Amaraterra in concerto (copyright Amaraterra).

Quello che vogliamo trasmettere è l’energia e la forza primordiale della pizzica tradizionale interpretando il senso di “piazza” in un contesto totalmente diverso

Per chi non conosce la pizzica e per chi la conosce bene, come definireste la vostra musica/personale interpretazione di quella tradizionale?

Vivendo a Londra ed avendo origini musicali e culturali più disparate, cerchiamo di interpretare il senso di “piazza” in un contesto totalmente diverso, e cioè quello del music venue/club londinese. Quello che cerchiamo di trasmettere, su palchi che spesso sono bassi e in diretto contatto con il pubblico, è l’energia e la forza primordiale della pizzica tradizionale, attraverso pattern melodici e armonici semplici e comprensibili e il crescendo ritmico e ripetitivo che porti il pubblico in uno stato di trance… o quasi.

Come e’ stata accolta, dall’inizio ad oggi, la vostra musica a Londra?

Direi con grande interesse e curiosità. Londra ed in generale il Regno Unito sono il luogo di nascita della World music, e abbiamo avuto un grande riscontro dal pubblico più disparato e soprattutto, va detto, dal pubblico “indigeno” di ogni età e social class.

Cosa ne pensi dell’evoluzione della Notte della Taranta?

No comment! Personalmente non ci sono mai stato (io sono di Caserta) quindi lascerei questa domanda ai musicisti salentini del gruppo. Sono consapevole di varie polemiche riguardo un’eccessiva commercializzazione dell’evento su cui non credo di avere autorità e merito per commentare. Allo stesso tempo, sono consapevole che sono tante le iniziative in Salento ed in tutto il mondo per proporre la musica popolare con un minimo di rigore filologico, pertanto personalmente non sono particolarmente preoccupato né contrariato se un festival nato con le migliori intenzioni sia un po’ “scaduto” nella sua fedeltà all’idea originale. È in fondo un po’ il destino di tutti i festival, no? (vedi Glastonbury). L’importante è che ci sia sempre una base grassroots che mantenga un legame con la tradizione.

Molte nostre canzoni nascono durante i concerti, dove con una certa regolarità testiamo nuove proposte dal repertorio tradizionale

Mi descrivi il vostro processo creativo?

Difficile! Siamo quasi tutti molto impegnati con i nostri lavori principali e Londra è una città così grande e dispersiva che risulta difficile vederci regolarmente per comporre. Pertanto molte nostre canzoni nascono durante i concerti, dove con una certa regolarità testiamo nuove proposte dal repertorio tradizionale, che finiscono per essere riarrangiate durante l’esecuzione in pubblico! Diversa è stata la faccenda durante la creazione e registrazione del nostro primo album da studio, Malvasia, dove abbiamo creato diversi arrangiamenti innovativi e abbiamo anche composto canzoni originali, in un momento in cui avevamo maggiori possibilità di vederci su base regolare. Come sarà creato il prossimo lavoro? Via zoom?

Gli Amaraterra si esibiscono accompagnati da danzatrici di pizzica.
Gli Amaraterra si esibiscono accompagnati da danzatrici di pizzica (copyright Amaraterra).

Attorno a quali progetti state lavorando in questo momento?

Niente di definito, ma stiamo discutendo la possibilità di creare un progetto da studio “attorno” al nostro cantante Mark Glanville, in cui le canzoni del repertorio Grecanico Salentino/Calabrese si affianchino a canzoni del repertorio Ladino, Yiddish. Per quanto riguarda Amaraterra, stiamo iniziando a raccogliere idee, tradizionali ed inedite, per un secondo album. Ma siamo ancora ai primi passi.

A quando il vostro prossimo concerto a Londra?

Il 20 Gennaio allo Jago di Dalston, ed il 3 Febbraio al Magic Garden di Battersea.

Contiamo sul 2024 per portare la nostra musica fuori Londra

E nel resto dell’Inghilterra?

Questa è un po’ la nota dolente perché, nonostante il gruppo sia conosciuto al di fuori di Londra, finora non abbiamo avuto modo di trovare venues in grado di finanziare un concerto. C’è molto interesse soprattutto nell’area di Bristol, e contiamo sul 2024 per riuscire finalmente a quadrare il cerchio dei costi iniziali per poter portare la nostra musica fuori da Londra!

Silvia Pellegrino
Silvia Pellegrino
Silvia è una scrittrice italiana, nata e cresciuta a Roma, e attualmente residente a Londra. Si è appassionata alla scrittura fin da quando era bambina, e ha iniziato a comporre poesie all'età di dieci anni. Cresciuta in una famiglia matriarcale, ha sviluppato un interesse per l'universo femminile, che ha ispirato il suo libro di racconti 'The Spoons'Tales'. Quest'ultimo, ancora in lavorazione, racconta le donne, indagando diversi temi: dalla sessualità al rapporto con il proprio corpo; dall'amore alla morte. Appassionata sia di letteratura che di cinema, ha scritto la sceneggiatura del cortometraggio di video-poesia 'The Molluscs Revenge', diretto e prodotto dalla società di produzione video @studio_capta, nel 2020. Silvia ha individuato nella videoarte e nella videopoesia il perfetto contenitore di contenuti dove far incontrare linguaggi diversi, percepiti come strumento di analisi interpretativa in grado di reificare le diverse sensibilità artistiche, trasformandole in immagini poetiche. Ha collaborato inoltre con il quotidiano nazionale online @larepubblica e la rivista @sentieriselvaggi scrivendo diversi articoli e recensioni cinematografiche dal 2012 al 2016. Nel 2020 il suo racconto “Una lupa mannara italiana a Londra” è stato uno dei vincitori del concorso di scrittura @IRSE RaccontaEstero.

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