Voci di resistenza e rinascita: l’arte e l’anima di Edith Piaf nel palcoscenico di Giulia Asquino

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C’è stato un periodo nella mia vita quando, ancora giovanissima, mi destreggiavo nel mondo lavorativo delle cooperative in duplice veste di socia-lavoratrice e rappresentate sindacale. Beata gioventù e beata ingenuità: le batoste che ci ho preso ancora me le ricordo. Alcune prevedibili, altre percepite come pugnalate. E proprio in quel momento storico in cui la mia bubble fatta di grandi ideali, buoni sentimenti e lotte sociali si era dissolta in un attimo, ricordo perfettamente un pomeriggio, dopo essere uscita dai Magazzini MAS in via dello statuto a Roma, mi diressi verso la metro con l’MP3, scassato negli ingranaggi quasi quanto me, e ad un tratto sentii una voce profondissima, che aveva squarciato più di un abisso esistenziale. Incluso il mio.

Non, rien de rien.

Non, je ne regrette rien.

Ni le bien qu’on m’a fait,

Ni le mal.

Tout ça m’est bien égal.

Love Edith. A secret conversation al Golden Goose Theatre con Giulia Asquino

Mi commossi e l’indomani mi licenziai. C’è da dire che il piano originale prevedeva anche l’invio di feci d’origine ignota al megadirettore galattico della cooperativa, ma per problemi di logistica, rinunciai. A saperlo che 20 anni dopo e per la modica cifra di £19.99 fosse stato possibile farlo grazie ad una ditta tutta inglese chiamata – senza parafrasare – Sendshit.co.uk, forse avrei aspettato per l’epicità del momento. Esser pazienti a volte paga.

Ma quante donne avrà salvato e continuerà a salvare Edith Piaf?

Ma quante donne avrà salvato e continuerà a salvare Edith Piaf? Sarebbe da censirci tutte. E proprio questo mio debole per la môme Piaf mi ha spinta ad indagare di più quando mi sono imbattuta nello spettacolo teatrale dal titolo Love, Edith. A secret conversation, interpretato da una giovane attrice romana chiamata Giulia Asquino. È entrata in contatto con me e l’amica/collega geniale Annalisa Valente, alla quale ha rilasciato una brillante intervista, svelandoci come tutto il progetto, a partire dalla scrittura a quattro mani con Delia Morea, fosse nato.

Love Edith. A secret conversation

Nel Golden Goose Theatre di Londra la storia di Giulia e della sorella spirituale Edith ha trovato la sua casa, fatta di pareti con carta da parati fiorita, il quadro dell’amata santa Teresa di Lisieux, un triclino rosso di velluto e bottiglie di vino in remissione dei peccati. Giulia è (nella pièce) un’attrice paralizzata dalla paura che si declina in rabbia e disperazione. In preda al tormento di non farcela e di tradire sé stessa attraverso la rinuncia del palcoscenico.

Il corpo minuto e multiforme di Giulia Asquino catalizza immediatamente l’attenzione del pubblico

La vita e il sogno s’incontrano dunque ancora una volta nel mondo dell’arte: Edith Piaf appare, più profana che santa, nella vita di Giulia, condividendo con lei la breve e intensa esistenza che l’ha portata a vivere e morire rimanendo fedele a sé stessa. Il corpo minuto e multiforme di Giulia Asquino catalizza immediatamente l’attenzione del pubblico che accoglie le note gravi delle sue urla, partecipando all’atto di dolore. Su quel palco Giulia è sola e noi con lei.

Love, Edith. A secret conversation. Giulia Asquino

La vulnerabilità fatta carne di una donna che non si riconosce più attraversa lo spaziotempo unendo due corpi in uno solo. Edith/Giulia distinte e sovrapposte in un cambio d’abiti e luci, danzano e cadono, amano e si disperano, rincorrendosi e prendendosi per mano fino a ritrovare la leggerezza. Di fronte alla morte, al tradimento e all’abbandono il sentimento di amicizia tra donne, la sorellanza, si amplificano tanto nelle preghiere quanto nel canto. Dove finisce Giulia e inizia Edith non importa più. La storia diventa universale e catartica, mostrandoci la bellezza dell’immergersi nelle viscere della vita senza rinnegare nulla. Rinascendo come una fenice dalle proprie ceneri.

I solo show possono essere un azzardo, un lancio nel vuoto

I solo show possono essere un azzardo, un lancio nel vuoto. Giulia Asquino e l’eccezionale squadra di donne che l’hanno accompagnata dalla fase embrionale fino alla nascita dello spettacolo, hanno dato prova di coraggio ed estrema sensibilità mettendo in scena l’intima metonimia dell’essere umano tutta racchiusa nella sua fragilità. Per questo, le ringraziamo nuovamente una ad una:

Giulia Asquino: Writer & Performer

Elena Catangiu: Set & Costume Designer

Delia Morea: Writer & Director

Chiara Spampinato: Producer, Tech and Lighting Designer

Tully A. Klein: Assistant Director

e Steven Cox: Light and set technician

Love, Edith. A secret conversation, il cast

Silvia Pellegrino
Silvia Pellegrino
Silvia è una scrittrice italiana, nata e cresciuta a Roma, e attualmente residente a Londra. Si è appassionata alla scrittura fin da quando era bambina, e ha iniziato a comporre poesie all'età di dieci anni. Cresciuta in una famiglia matriarcale, ha sviluppato un interesse per l'universo femminile, che ha ispirato il suo libro di racconti 'The Spoons'Tales'. Quest'ultimo, ancora in lavorazione, racconta le donne, indagando diversi temi: dalla sessualità al rapporto con il proprio corpo; dall'amore alla morte. Appassionata sia di letteratura che di cinema, ha scritto la sceneggiatura del cortometraggio di video-poesia 'The Molluscs Revenge', diretto e prodotto dalla società di produzione video @studio_capta, nel 2020. Silvia ha individuato nella videoarte e nella videopoesia il perfetto contenitore di contenuti dove far incontrare linguaggi diversi, percepiti come strumento di analisi interpretativa in grado di reificare le diverse sensibilità artistiche, trasformandole in immagini poetiche. Ha collaborato inoltre con il quotidiano nazionale online @larepubblica e la rivista @sentieriselvaggi scrivendo diversi articoli e recensioni cinematografiche dal 2012 al 2016. Nel 2020 il suo racconto “Una lupa mannara italiana a Londra” è stato uno dei vincitori del concorso di scrittura @IRSE RaccontaEstero.

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