Lo stato naturale della musica: Irene Serra e Luca Boscagin al Green Note

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Nel cuore pulsante della musica cantautoriale di Camden Town, il Green Note, venue cha ha ospitato musicisti del calibro di Anais Michell, Michael Kiwanuka, Allison Russell, Jacob Collier, The Magic Numbers, Amy Winehouse e il mio amatissimo Leonard Cohen, il sodalizio artistico della cantante jazz Irene Serra e il chitarrista Luca Boscagin ha dato vita ad uno spettacolo che difficilmente si può lasciar andare.

La voce di Irene, il linguaggio del suo corpo catalizzano l’attenzione di chi la osserva e soprattutto la ascolta in un crescendo di sensazioni in divenire

Nell’intimità della sala dai drappeggi rossi e luci suffuse abbiamo assistito alla loro performance in uno stato di letizia quasi religiosa ma accesa da ritmi sensuali, profani, altissimi. La voce di Irene, il linguaggio del suo corpo catalizzano l’attenzione di chi la osserva e soprattutto la ascolta in un crescendo di sensazioni in divenire. La chitarra di Luca Boscagin editava il tempo trattenendoci nel presente, nell’attimo che stava accadendo, Irene ne portava al suo interno un significato sempre nuovo.

L’abbiamo incontrata dopo lo spettacolo per intervistarla, e ce ne siamo innamorate, oltre che artisticamente, anche dal punto di vista umano.

Irene Serra e Luca Boscagin al Green Note
Irene Serra e Luca Boscagin al Green Note

Allora Irene, grazie innanzitutto per essere qui con noi. Partendo da principio, so che hai cominciato a studiare musica da giovanissima, a 16 anni, giusto?

Anche prima! Io sono mezza sarda e mezza siciliana, però sono cresciuta a Copenaghen. Ho avuto la fortuna di frequentare scuole internazionali e avevo un programma di musica molto buono, che iniziai da piccolissima. Fondamentalmente ho sempre studiato musica, dedicandomi principalmente al canto. Ero una di quelle bambine che devono cantare, far sentire la loro voce in qualsiasi occasione. Poi, quando sono andata a Milano, mi sono iscritta all’Accademia di Musica, e come mentore ho avuto una bravissima cantante jazz, oltretutto molto famosa nella scena. Da lei ho imparato moltissimo.

E la tua famiglia ha un qualche legame con la musica al livello professionale?

Non proprio, ma sono cresciuta con mia mamma che era una grande fan di Mina, Frank Sinatra, insomma musica di qualità. Lei amava cantare, aveva una bellissima voce naturale diciamo pur non avendo mai studiato musica. Mio padre invece era stonato come una campana!

Come si è evoluto il tuo percorso e che influenze hai avuto?

Ricordo che mia sorella maggiore, quando era teenager e vivevamo in Danimarca, ha avuto il periodo super rock ascoltando ACDC, Guns N’ Roses, ecc. Da un lato questi gruppi affascinavamo molto anche me, ma dall’altro ho cominciato sin da subito a nutrire la passione per il pop, e il jazz. Mia madre ascoltava anche Miles Davis e di questo stile di musica mi piaceva l’armonia, un po’ più colorata. Nella scuola internazionale poi, oltre a studiare musica classica, avevo un maestro molto talentuoso che scriveva musical, di cui ovviamente entrai a far parte insieme agli altri compagni. Successivamente ho iniziato a imparare il repertorio jazz, perché molti musical comprendono molte le canzoni jazz ma non solo. È li che ho scoperto The Great American Songbook.

Irene Serra al Green Note
Irene Serra al Green Note

La musica jazz è quella che in me risuona di più per la componente istintiva che racchiude

Si può dire che in un certo senso provi a rendere più ‘’accessibile’’ il jazz anche per chi non se ne intende, reinterpretando canzoni o comunque facendo commistioni di generi? Mi viene in mente l’incantevole versione di Roma non fa la stupida stasera che hai cantato durante la gig.

Allora diciamo che io ritorno sempre al jazz. La musica jazz è quella che in me risuona di più per la componente istintiva che racchiude. C’è molta improvvisazione, quindi ti da sempre l’opportunità di essere creativa. D’altra parte, non mi limito solo al jazz o allo swing: se mi piace una canzone, un tipo di musica, io la ascolto, la imparo, la faccio mia. Non dico che il mio intento è quello di rendere un tipo di musica più accessibile, quanto piuttosto di farla a modo mio. Il mio è uno stile che ho sviluppato e arricchito col tempo, di un certo spessore, diciamo, però non voglio risultare ”complicata”, non me ne frega niente. La musica è un’esperienza e se a chi mi ascolta arriva in maniera ”semplice”, anche se di per sé semplice non lo è, mi rende soddisfatta. Ritornando anche alle mie origini, credo che l’amore per la melodia nasca anche da quello, per me la melodia è una componente essenziale.

Illustrazione di Simona De Leo
Illustrazione di Simona De Leo

La melodia che poi traspare anche attraverso il tuo corpo, i tuoi gesti aggraziati, armonici, sensuali… Sei dotata di un’espressività e di una presenza scenica incredibili.

La verità è che ho fatto anche danza, cioè la danza è stata sempre la mia seconda passione, mai come la musica, però ho studiato dance and choreography, che implicano un grande impegno. Impegno che ora traslo e si riflette sulle mie performances canore. Pensare a una coreografia ti permette di portare al di fuori di te fuori quello che sta succedendo dentro di te.

Nei miei vari progetti la natura ritorna sempre, le stagioni che si susseguono. È come la nostra vita

C’è qualche altro linguaggio artistico che influenza il tuo cantare, il tuo interpretare?

Sì, la natura. Non so bene come spiegarlo, ma mi trovo spesso a registrare i suoni della natura, ci sono per esempio tanti animali che ”cantano’’. A volte rimango scioccata dai suoni che ascolto magari durante una passeggiata in montagna; e questi diventano referenze musicali. Nei miei vari progetti la natura ritorna sempre, le stagioni che si susseguono. È come la nostra vita. Ci sono dei momenti più cupi, più bui, magari la fine di un amore, che poi però passano, come quando torna la primavera, che è la stagione dell’amore. Crescendo in Danimarca, dove fa molto freddo e c’è un sacco di neve, ero necessariamente influenzata da quel clima come pure da quello opposto della Sicilia e della Sardegna.

Sketch di Simona De Leo
Sketch eseguito dal vivo da Simona De Leo

Quando visitai Londra la prima volta avevo 12 anni e me ne innamorai subito. Passeggiavo per le strade della città come fossi stata Dorothy del mago di Oz

E Londra? Come mai hai deciso di trasferirti qui?

Perché da un lato io e mia sorella avendo frequentato le scuole internazionali, ed io consapevole di voler fare musica, abbiamo entrambe scelto Londra per le opportunità che offriva. In Italia poi stavano chiudendo un sacco di locali jazz, soprattutto a Milano nel periodo in cui l’ho vissuta. Inoltre, mia sorella aveva già deciso di frequentare l’università qui. Quando visitai Londra la prima volta avevo 12 anni e me ne innamorai subito. Ricordo di essermi comprata delle scarpe Morgan, rosse laccate. Passeggiavo per le strade della città come fossi stata Dorothy del mago di Oz. Anche New York mi piacque moltissimo ma non come Londra. Qui c’è tanta storia, come in Italia, e questo a me è importante. Vivere in paesi troppo nuovi quando sei abituata alla bellezza e al fascino dell’arte, è difficile separartene. Poi Londra è un melting pot di culture diverse, anche musicalmente parlando. Tantissimi artisti che io adoro sono britannici. Il mio nuovo progetto con Luca Boscagin infatti si chiama The Great British Songbook, e comprende le canzoni più belle degli ultimi 70 anni della musica britannica, quindi The Beatles, Genesis, Massive Attack…

Hai mai pensato di cantare per il cinema?

La mia musica in generale è molto cinematic, un po’ ”drammatica”. L’album che sto registrando, in collaborazione con Luca, ha influenze più di musica elettronica ma rimangono canzoni da cantautrice, ricche d’improvvisazioni. Sono molto felice perché un chitarrista come lui non è che si trova tutti i giorni, è davvero incredibile.

Sketch di Simona De Leo
Sketch eseguito dal vivo da Simona De Leo

Come vi siete conosciuti?

Lui si trasferì a Londra 15 anni fa, e ci siamo conosciuti appena è arrivato. Abbiamo cominciato a suonare insieme e continuiamo a farlo. Una volta al mese abbiamo questo appuntamento fisso all’OXO Brasserie, dove c’è un palco molto bello. Poi lavoro parallelamente col mio gruppo gipsy jazz.

A giugno ho in programma un nuovo show col gruppo Gypsy Jazz che si chiama ”Django and Billie” e comprenderà tutte le canzoni più famose di Django Reinhardt e Billie Holiday

Progetti futuri sui quali stai lavorando?

Allora, il mio gruppo con cui suoniamo la mia musica originale si chiama ISQ, e stiamo registrando il quinto album, lo pubblicheremo l’anno prossimo. L’album con Luca, The Great British Songbook è un altro progetto sul quale appunto stiamo lavorando. Poi a giugno abbiamo in programma un nuovo show col gruppo Gypsy Jazz che si chiama ”Django and Billie” e comprenderà tutte le canzoni più famose di Django Reinhardt e Billie Holiday. Loro erano contemporanei ma non si sono mai conosciuti. Abbiamo quindi immaginato questa storia in cui s’incontrano e noi raccontiamo un po’ le loro vite e reinterpretiamo i pezzi che cantavano. Il concerto più vicino è però previsto per l’8 maggio con il gruppo ISQ e suoneremo al PizzaExpress Jazz Club di Soho.

Qui per prenotare il biglietto del prossimo, imperdibile evento PizzaExpress Jazz Club di Soho.

Irene Serra e Luca Boscagin al Green Note
Irene Serra e Luca Boscagin al Green Note

Silvia Pellegrino
Silvia Pellegrino
Silvia è una scrittrice italiana, nata e cresciuta a Roma, e attualmente residente a Londra. Si è appassionata alla scrittura fin da quando era bambina, e ha iniziato a comporre poesie all'età di dieci anni. Cresciuta in una famiglia matriarcale, ha sviluppato un interesse per l'universo femminile, che ha ispirato il suo libro di racconti 'The Spoons'Tales'. Quest'ultimo, ancora in lavorazione, racconta le donne, indagando diversi temi: dalla sessualità al rapporto con il proprio corpo; dall'amore alla morte. Appassionata sia di letteratura che di cinema, ha scritto la sceneggiatura del cortometraggio di video-poesia 'The Molluscs Revenge', diretto e prodotto dalla società di produzione video @studio_capta, nel 2020. Silvia ha individuato nella videoarte e nella videopoesia il perfetto contenitore di contenuti dove far incontrare linguaggi diversi, percepiti come strumento di analisi interpretativa in grado di reificare le diverse sensibilità artistiche, trasformandole in immagini poetiche. Ha collaborato inoltre con il quotidiano nazionale online @larepubblica e la rivista @sentieriselvaggi scrivendo diversi articoli e recensioni cinematografiche dal 2012 al 2016. Nel 2020 il suo racconto “Una lupa mannara italiana a Londra” è stato uno dei vincitori del concorso di scrittura @IRSE RaccontaEstero.

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