Sabrina Zavaglio racconta il viaggio che l’ha portata dalla provincia di Brescia alla capitale del Regno Unito, con i tanti ponti che sta gettando nella produzione e nell’organizzazione teatrale tra Milano e Londra.
Sabrina Zavaglio si racconta: il percorso da Milano a Londra
Sull’asse Milano-Londra, e viceversa, c’è una donna forte, creativa ed eclettica, da sempre pronta a mettersi in gioco per creare un ponte, artistico e culturale, che calca le assi del palcoscenico di un teatro.
Un talento partito dall’Italia e approdato a Londra dodici anni fa. E che nella capitale britannica si sta affermando, negli ultimi anni, come produttrice teatrale indipendente.
È Sabrina Zavaglio, fondatrice di Zava Productions, compagnia teatrale Uk, che dal 2022, anno della sua nascita, mette a segno successi di respiro sempre più ampio come Hide and Seek, Utoya (entrambi on stage nel 2024), Miss I-Doll (nel 2025).
Al prossimo, nuovo appuntamento manca poco: dal 10 febbraio al 7 marzo, al Finborough Theatre, Zava Productionsmette in scena “1.17am, or until the words run out” scritto da Zoe Hunter Gordon, diretto da Sarah Stacey e interpretato da Eileen Duffy (nel ruolo di Roni) e da Catherine Ashdown (in quello di Katie).

Di questo e molto altro abbiamo parlato con Sabrina, partendo dall’inizio, per conoscere meglio sia lei sia il percorso che l’ha portata dalla provincia italiana fino a Londra.
Da quale zona d’Italia provieni?
«Io sono di Passirano, che è un paesino della Franciacorta, in provincia di Brescia. Quindi sono lombarda, bresciana, come spesso si sente dall’accento, almeno gli italiani lo riconoscono subito.
Sono cresciuta tra Passirano e Brescia, ho frequentato le scuole superiori e l’università a Brescia. Ho fatto Lingue e Letteratura Straniera con un master di Mass Media Communication all’Università Cattolica di Brescia. E ho fatto l’ultimo anno di università, con il programma Erasmus a Madrid.
Quindi ho vissuto un anno a Madrid, una città meravigliosa. Poi sono tornata, ho fatto la tesi, e a 23 anni ho lasciato il paesino. Sono sempre stata propensa a viaggiare, a conoscere».
E questa spiccata propensione in che modo sei riuscita a tradurla?
«Prima ho lavorato nei villaggi turistici, ho fatto sei mesi a Marsa Alam, altri sei mesi a Palma di Maiorca, poi tre mesi in Australia, per un internship post-universitario. Quindi ho fatto qualche giro fino ad approdare poi a Milano».
Ti sentivi un tipo da villaggio turistico?
«Sono stata animatrice nei villaggi, perché volevo fare un’esperienza, uscire, conoscere, vedere. E questo mi dava un po’ la possibilità di fare tutto ciò. Ma in realtà io avevo fatto domanda come organizzatrice.
Sai, ho trovato queste società che fanno entertainment nei villaggi. Ma visto che appunto ho sempre avuto la passione del teatro, ho fatto anche danza, mi hanno detto ‘vieni a fare l’animatrice’».
Dopo l’esperienza nei villaggi cosa è successo?
«Sono tornata a Milano e mi sono inserita nell’organizzazione, ovviamente del teatro. Ho iniziato a lavorare per Stage Entertainment Italia, che produceva spettacoli al Teatro Nazionale. Che ha ancora adesso in gestione, insieme alTeatro Lirico.
Abbiamo prodotto dei bellissimi spettacoli: La Bella e la Bestia, Mamma mia, La febbre del sabato sera, Flashdance, alcuni anche portati a Roma e in tour. Poi la società ha un po’ cambiato direzione, ha smesso di produrre, e mi sono trovata alla ricerca di cose nuove.
Ho lavorato come event manager freelance, mi sono occupata di eventi bellissimi, come una festa privata della Fondazione Trussardi a Venezia, e ho lavorato anche a Singapore per eventi di alto livello».
Un percorso importante anche quello fatto in Italia, quindi.
«Sì c’era una società che si chiamava Namaste, che si occupava di portare artisti italiani ed europei, dai giocolieri ai trapezisti, ai musicisti che suonano con i bicchieri, a quelli che disegnano sulla sabbia, tutte queste forme di arti performative tra le più disparate, originali e meravigliose. C’era un corpo di ballo che praticava il body painting, creando quindi delle forme con i loro corpi, con i colori che avevano dipinti addosso, una cosa stupenda. Un paio di volte ho lavorato anche per i concerti organizzati da Live Nation, insomma mi sono ‘riciclata’ e per quasi un anno ho fatto vari eventi inerenti alle arti performative, anche se non esattamente legate al teatro. Quindi me ne sono allontanata un pochino. Poi sono venuta a Londra».
Londra come meta finale
Ti ricordi che anno era quando ti sei trasferita a Londra?
«Certo, è stato nel 2014, nel mese di aprile. È una data che ricordo perché quando sei un expat quella data segna il compleanno della tua nuova vita. Quindi il mio London birthday è in aprile».
Ma tu che sei stata un po’ dappertutto, perché poi alla fine hai scelto proprio Londra?
«Ho fatto decidere al mio cuore. Mio marito si era trasferito a Londra per un importantissimo lavoro, io l’ho seguito, quindi è stato quello, diciamo, il fattore X, quello determinante nella mia scelta».
Però le tue “capatine” a Milano o comunque in Italia le fai sempre?
«Sì, ultimamente le faccio sempre più spesso. Un po’ perché comunque la famiglia è sempre importante, mi fa piacere vederla. Poi Milano-Brescia per me è facile, no? Cioè i genitori, la famiglia a Brescia, il lavoro, i contatti, le persone che amo, i teatri, gli spettacoli sono a Milano quindi magari faccio ‘due in uno’ e metto insieme un po’ di puntini come l’ultima volta che ci sono stata e ho visto uno spettacolo bellissimo di Tobia (Rossi, commediografo italiano in scena a Londra l’anno scorso con Hide and Seek, n.d.r.), al Teatro Franco Parenti, “Il principe dei sogni belli”».
Ma l’ultimo lavoro che hai fatto a Milano è stato poco tempo fa, se non ricordo male. È corretto?
«Sì, in realtà ho una ‘linea’ che vorrei seguire e provare a espandere, quella di fare progetti in collaborazione con la realtà italiana per unire un po’ questi due mondi. E avvicinarli sempre di più, come quando facemmo i West End Musical Tuesdays al Teatro San Babila di Milano. In questo mondo che costruisce muri, io vorrei costruire ponti. E il mio mezzo per farlo è il teatro, unitamente alla musica, perché mio marito è un direttore d’orchestra quindi alcuni di questi progetti nascono insieme.
La cosa più recente che ho fatto a Milano è stata collaborare con la Scuola del teatro musicale Stm che ha sede al Teatro degli Arcimboldi; abbiamo organizzato una masterclass di avvicinamento al musical a cui io ho contribuito portando due insegnanti e West End Performers di Londra, che sono intervenuti in chiusura di questa masterclass, portando la loro esperienza e i loro insegnamenti. Prima di questo, l’autunno scorso, abbiamo fatto quelli che abbiamo appunto chiamato i West End Musical Tuesdays in coproduzione con Game Produzioni al Teatro San Babila di Milano, all’interno della rassegna Codice Teatro.
Abbiamo fatto tre date in cui, sempre nell’ottica di unire culture e costruire ponti, abbiamo creato un format, una serata con un performer inglese dal West End di Londra e un performer musicale italiano, tre coppie diverse di performers in tre diverse serate con al pianoforte Simone Manfredini. Ma l’idea di fare un concerto portando dei performers del West End di Londra a contatto con delle realtà italiane, magari anche con un’orchestra sinfonica, ce l’ho sempre, quindi vediamo cosa potrebbe succedere in futuro».

Zava Productions e i progetti in corso
Con Zava Productions tu ricevi supporto come produttrice emergente da un’associazione a Londra. Spiegaci bene come funziona.
«Esatto, esiste un’associazione che si chiama Stage One, che in sostanza promuove, sostiene e supporta la formazione dei produttori commerciali teatrali del futuro, quindi tra le loro attività c’è la creazione di workshop di vario genere che offrono formazione tendenzialmente gratuita, oppure finanziata attraverso una borsa di studio, quindi un supporto finanziario e un supporto di mentorship con affiancamento a un produttore established cioè a un produttore che ha già una carriera affermata e ti guida e ti aiuta a capire come sviluppare la tua società, la tua carriera, le tue produzioni.
Quindi un’occasione fantastica, un’opportunità unica che ti dà modo di crescere, sviluppare, imparare con una serenità diversa, anche economicamente parlando».
Il tuo progetto più recente è CambioScena che dà spazio al lavoro di drammaturghi e traduttori contemporanei. Di cosa si tratta esattamente?
«CambioScena è un collettivo di italiani che vivono a Londra e che hanno in qualche modo a che fare con il teatro, quindi produttori, traduttori, ex performers, attori, tutta una serie di professionisti che amano il teatro e vivono questa dualità tra Italia e Londra (o Regno Unito).
L’intento è quello di promuovere il teatro contemporaneo italiano in Inghilterra, quindi organizziamo letture bimensili di testi italiani tradotti in lingua inglese. Siamo molto fortunati a poter fare queste letture all’Istituto italiano di Cultura, che ci ospita.
L’obiettivo ovviamente è quello comunque di crescere e magari di creare un festival, dei premi. Abbiamo iniziato da pochissimo, un anno e mezzo, le prime letture le abbiamo fatte online, poi finalmente ci ha ospitato l’Istituto e, dato che partecipiamo volontariamente, nel nostro tempo libero, le tempistiche di lavorazione si allungano un po’. Però slowly but surely, come dicono qui.
Durante le nostre letture, facciamo prima una lettura completa del testo e poi apriamo il dibattito, quindi domande, curiosità, tanti approfondimenti specialmente sulla traduzione, perché naturalmente la grande questione è: come tradurre e trasportare un testo scritto in Italia per gli italiani, in una cultura e una lingua diversa, quindi come vengono percepite certe tematiche, certi vocaboli. Anche perché ogni traduzione è una sorta di adattamento, se vuoi che lo stesso messaggio arrivi a un destinatario diverso».
E nel febbraio 2026 arriva la nuova pièce teatrale su cui stai lavorando a Londra…
«In realtà sto facendo un’eccezione e produco un testo di un’autrice inglese emergente, si tratta di un lavoro scritto da Zoe Hunter Gordon e che ha visto la sua preview (sold-out) questa estate al Theatre503. Avevo visto una producer’s call, un’offerta di lavoro nel network dei produttori Uk a Londra, con una regista con la quale ho già lavorato, lei aveva curato la regia di Utoya nell’agosto 2024 all’Arcola Theatre. Si tratta di Sarah Stacey, una regista fenomenale con una sua visione ben definita, una gran precisione. Quindi visto che c’era lei ho pensato ‘se Sarah è coinvolta sarà sicuramente uno spettacolo interessante’. Infatti lo è, quindi mi sono offerta».
Dopo questa nuova pièce, quindi, quale progetto ti piacerebbe realizzare?
«Riguarda Miss I-Doll, un one woman musical comedy, una presa in giro dei reality show televisivi, ma che è anche una presa di coscienza della realtà. Miss I-Doll ha debuttato nel Marzo 2025 al The Other Palace ed è stato un progetto strabiliante, è andato molto bene, per cui sto continuando a lavorare per dargli nuova vita e farlo crescere sempre di più.
Possibilmente vorrei portarlo all’Edinburgh Festival, non quest’anno perché ho appunto questi altri progetti ma magari nel 2027. Sarebbe bello, come dicevo, dargli nuova vita e farlo crescere. Stiamo lavorando per far uscire un album con le musiche, in realtà parzialmente l’abbiamo registrato ma devo raccogliere i fondi, diciamo che è un attimo in stand by però non l’ho messo in un cassetto, è lì. Devo solo trovare il modo e il tempo che merita».



