La musicista e compositrice italiana Greta Meghan racconta in un’intervista l’esperienza che nei mesi scorsi l’ha portata ad esibirsi e a “contaminarsi” in Regno Unito.
On the road, il viaggio musicale di Greta Meghan nel Regno Unito
Greta Meghan, musicista e compositrice italiana, racconta del suo esperimento e delle sue sensazioni dopo i primi mesi trascorsi in Regno Unito. Dopo aver suonato in giro per Londra, ma anche in altre città come Northampton, l’artista si apre in un’intervista, parlando della sua musica e sull’influenza che questo percorso ha avuto sulla sua musica.

Dal mare a Bach, dal tango a Chopin, dal progressive rock ai sogni di vaniglia: la coerenza melodica della rapsodicità
Quali tematiche preferisci affrontare nelle tue composizioni? Ce n’è una in particolare ricorrente nelle tue canzoni?
«Avendo una natura poetica dal momento che ho scritto anche libri di poesie, sono molto legata al mondo naturale, specialmente al movimento del mare o del vento. “Le onde” e “Marea” ne sono esempi lampanti. Amo la ricorrenza del movimento circolare.
Per questo poi, sviluppando maggiormente il mio linguaggio ho voluto inserire all’interno di “Le onde” l’incipit della Suite Inglese in la minore di Johannes Sebastian Bach tanto cara ai pianisti. Il compositore di Lipsia per me rappresenta la circolarità, la sua visione dell’armonia è una visione universale che tocca le varie tonalità del mondo occidentale in maniera orbicolare, poiché alla fine tutte le armonie sono interconnesse.
Di certo la mia è solo una citazione, non ho l’approccio del voler sondare la totalità delle armonie in senso matematico, ho una visione più romantica e legata all’identità dell’individuo. A volte bastano anche poche tonalità per trasmettere l’essenzialità di un mondo interiore.
Amo connettere anche stili differenti, il ritmo del tango all’interno di un impianto rock-progressive, che va a legarsi a melodie più sognanti (Tanguerìa); oppure una mazurka di Chopin che va a prendere qualche deriva di stampo più pop, ma senza mai scadere nel didascalismo; in fondo c’è sempre la mia poetica ad informare il tutto.
L’apparente rapsodicità dei miei impulsi trova unità grazie alla coerenza melodica e ritmica.
Le canzoni sono un’altra estensione della mia natura, certamente più sintetiche, più dirette ma ad esempio le melodie ricalcano leggermente la sensualità e motilità della scrittura pianistica.
Per quanto riguarda le tematiche, nelle mie canzoni prevale la ricerca della purezza e dell’ottimismo. Sicuramente sono esistenziali e l’amore è sempre in qualche modo presente.
“Vanilla Dream” è un sogno di vaniglia, nel quale io perdo il senso del tempo e dell’età. Un inno alla giovinezza».
Pianoforte e voce, un connubio intimo
Quali strumenti ti piace usare di più?
«Il pianoforte e la voce, li trovo più intimi con la mia natura. Entrambi sono sensuali, mobili, evanescenti, potenti, esaustivi, versatili.
Il suono del pianoforte è delicato ma anche estremamente potente ed evoca un mondo sonoro ampio, totale, nel senso romantico del termine. Inoltre ha in sé anche qual fascino quasi “demoniaco” legato all’ostinatezza ritmica motrice.
La voce per me invece è donna, la femmina evocatrice di mondi sonori più tangibili.
Ultimamente sto sperimentando nelle mie composizioni per pianoforte l’arrangiamento per Trio con un bassista e batterista ma lascio a loro la libertà di inserirsi come meglio credono nella mia musica, pur dando delle indicazioni».
All’inizio avevi parlato di voler fare una sorta di esperimento qui in Regno Unito. È andato a buon fine? Hai scoperto qualche lato nuovo della tua poetica musicale?
«Questa estate sono venuta in tour a Londra per promuovere il mio progetto ed avere nuove influenze musicali.
Il pubblico ha apprezzato moltissimo sia le mie composizioni che le mie canzoni e il progetto è arrivato alla gente per come volevo che arrivasse.
Ho assorbito nuove influenze, sono passata da ambienti più intimi e legati all’idea di palco ad ambienti più popolari. Ho avuto sempre dentro sia l’aspetto élitario che l’aspetto più legato alle forme popolari e ho voluto sperimentarli entrambi per capirne le differenze e assorbire stilemi all’interno della mia musica.
Ho suonato al Piano Smithfield per un pubblico attento, allo Spiritual Bar, tempio delle canzoni emergenti gestito da uno dei pochi “visionari” rimasti a Londra, ho suonato al TAM (Temple of Art and Music) e in un locale a Northampton con due fantastici jazzisti.
Sicuramente la mia poetica musicale ne è risultata arricchita. Ma poi è sempre questione di scelte e io ci tengo molto a preservare la mia idea originaria di classicità, anche se la stravolgo con ascendenze moderne».
L’esperienza a Londra: i risvolti e le difficoltà dell’artista
Raccontami della tua esperienza complessiva di Londra. Hai intenzione di fermarti ancora a lungo?
«Londra è una città che ti assorbe, veloce, energetica, vibrante. Ma è cambiata molto negli anni. Ho notato un senso di globalizzazione maggiore anche a livello musicale. L’epoca che stiamo vivendo non è facile e i social hanno modificato proprio il modo in cui facciamo musica.
La Londra dei Pink Floyd e David Bowie certamente non tornerà. Ci sono grandi musicisti, gente che fa musica in maniera seria, auditorium con acustiche curate in ogni minimo dettaglio, ma spesso sono “isole”.
D’altro canto invece, l’estetica del “fast food” si è insinuata in vari campi, difficile trovare una voce che si stacca dal coro. Ma si suona, la gente comunque continua ad avere energia, nonostante i tempi siano cambiati.
Mi sono fermata abbastanza per carpire ciò che volevo carpire, tornerò ancora in questa città in futuro perché ho dei progetti interessanti in atto con musicisti del luogo. Attualmente sono in Italia».
Parlami della tua musica… A fronte della tua esperienza in Uk hai rinnovato qualcosa o sei rimasta sempre su stesso genere e stesso sound?
«Direi di sì. Collaborare con il bassista Harry Brown e il batterista Glenn Charles ha aggiunto qualcosa di più legato al loro mondo. Chiaramente un certo groove, un modo di fare musica con stilemi del mondo jazz contemporaneo.
Ultimamente ascoltavo qualcosa del pianista Eldar Djangirov, che non conoscevo, oppure dell’incredibile Hiromi Uehara.
Più che il mondo jazz mi affascinano i pianisti che familiarizzano con quel linguaggio, ma soprattutto i compositori.
Il mio genere comunque rimane un classico-contemporaneo che incorpora caratteristiche pop-jazz-rock».

Hai avuto qualche difficoltà durante questo percorso? Sia a livello musicale come artista, sia personale?
«L’impatto, appena arrivato, è stato sconcertante, adrenalinico. Il primo concerto è andato benissimo e ho avuto l’opportunità di suonare la mia musica ma in una forma non conforme ai concerti “standard”.
Ossia ho sia suonato che cantato, facendo un viaggio particolare all’interno della mia musica. Poi piano piano mi sono addentrata in altre realtà ed è stato stimolante capirne le dinamiche.
Non ho avuto grandi difficoltà. Ho solo iniziato pian piano a fare riflessioni sulla città, sul modo di vivere, sul fatto che Londra sia diventata proibitiva a livello economico per la maggior parte degli stranieri dopo la Brexit, sulle contraddizioni di una città che sembra il paradiso della liberalità ma ha in seno anche importanti problemi sociali.
Una città cosmopolita in cui ho trovato meno Inglesi di quanto mi aspettassi. Basta passeggiare per Oxford Street per essere avvolto dalla frenesia commerciale che ha sempre reso questa città giovane, oppure inoltrarsi a Camden o a Brick Lane per respirare ancora quel brio “alternativo” che ha tanto informato la cultura undergroud.
Ma a volte sono nostalgie, echi lontani che affascinano noi turisti. La città partecipa di quello che avviene a livello mondiale, come tutti.
E spesso ciò che a livello musicale aveva fatto “rivoluzione” all’epoca ora non ha la sufficiente forza di esprimersi totalmente.
In ogni caso, l’aria che si respira è giovane. Sono stata molto apprezzata anche come musicista “Italiana” , nonostante io abbia voluto “contaminarmi” e sto intessendo bei rapporti con artisti e con seguito di pubblico a Londra.
È stato molto gradito anche qualche omaggio a Napoli che ho fatto, oltre alle canzoni in inglese. Le uniche difficoltà di un’artista sono sempre legate al modo in cui riesce a portare la propria voce (“a volte controcorrente”) nella società, nei mezzi che la società mette a disposizione per accogliere qualcosa di inedito e insolito.
Sono molto felice di questa esperienza!! Il tour è andato bene ma ora ho altre cose in mente. Sono in fase produttivo-riflessiva in Italia e vedremo quali altri direzioni cavalcherò. Sto producendo un Cd solo piano che porterò in giro e altri progetti che non voglio spoilerare».





