Christmas lights trail: quello che le luci non mostrano

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Luci natalizie al Christmas Lights Trail (ph. R. Leotti).

L’esperienza di una lavoratrice stagionale italiana che ha lavorato in una attrazione natalizia, il Christmas Lights Trail in uno dei più estesi e famosi parchi di Londra, che offre uno dei percorsi di installazioni luminose della capitale britannica.

Christmas lights trail: quello che le luci non mostrano

Sotto le luci del Christmas Lights Trail, facciamo un salto dietro le quinte attraverso l’esperienza di una lavoratrice stagionale in un’attrazione natalizia.

La sera prima un addetto della sicurezza mi dice che le previsioni del 18 dicembre non promettevano nulla di buono.

Non si sbagliava.

Alcuni degli oggetti natalizi presenti negli stand (ph. R. Lotti).
Alcuni degli oggetti natalizi presenti negli stand (ph. R. Lotti).

A una settimana dal Natale, oltre alla pioggia incessante cominciata nella notte si è aggiunto il vento con raffiche stimate tra i 32 e 35 nodi.

Da un mese a questa parte, condizioni del genere significano solo una cosa: Ci sarà da ridere oggi al lavoro», dico guardando fuori la finestra accompagnando l’esternazione con un sarcastico segno dello shaka.

Non è una lamentela da pendolare, ma da chi, come altri lavoratori stagionali, nel periodo natalizio gli tocca stare all’aperto o ha a malapena un tetto sulla testa.

La mia speranza? Ricevere un messaggio del manager in cui mi si informa che i turni del giorno sono cancellati.

Io e la mia brillante idea di impegnare il tempo che mi separa dalla mia prossima avventura lavorativa!

Anche questa esperienza non scherza in merito di avventure, mi trovo all’interno di uno dei più estesi e famosi parchi di Londra, che già da fine novembre offre uno dei percorsi di installazioni luminose della capitale.

Nella prima settimana condivido con una ragazza argentina, Liliana, quello che rimane dell’area calpestabile dei (ben) 1,5 metri della casetta di legno riccamente addobbata e dall’insegna Gift Shop.

Il Gift Shop del Christmas Lights Trail (ph. R. Leotti).
Il Gift Shop del Christmas Lights Trail (ph. R. Leotti).

Berretto brandizzato in testa (almeno quello riscalda) accogliamo sorridenti i visitatori che entrano nell’area ristoro dell’attrazione.

La nostra missione? Vendere gli articoli legati al tema di quest’anno con una non ben specificata percentuale dei proventi a sostegno di un famoso ospedale pediatrico.

Non abbiamo miglior modo di scaldarci se non indossare diversi strati di capi, inclusi capi termici, e accogliendo di buon grado la mobilità da “omino Michelin”.

Di tanto in tanto ci vengono in soccorso le bevande calde dei thermos portati da casa, che consumiamo con discrezione al riparo dagli occhi dei visitatori.

Dopo una settimana di temperature di poco sopra lo 0°C, dicono a me e Liliana: «Due persone qui sono troppe».

La legge dei numeri non fa eccezione nemmeno li’ dove le ore in piedi si tramutano in costante mal di schiena e l’umidità pare abbia preso residenza nelle tue ossa.

Inizia così la giostra dei turni: sai che orari fai, ma non c’è certezza di dove sarai piazzata.

Così se ti capita di essere sola ad uno stand, devi stare attenta a quello che bevi.

Non parliamo di alcol, sia chiaro, ma occorre dissetarsi centellinando le quantità, perchè di fatto non puoi contare su nessuno che possa darti una pausa… nemmeno per la toilette.

Non si può neanche fare affidamento sulla responsabile di turno che, al mio ultimo giorno, si presenta come se avesse alzato non uno, ma entrambi i gomiti.

La vedo impegnarsi a mantenere una postura dritta mentre cammina, ma le parole la tradiscono.

I suoni che escono dalla sua bocca sono parole strascicate come la salsa arancione che le imbratta una parte della faccia, a ricordo dell’ultimo hot-dog a scrocco.

Come un’addetta all’ordine pubblico, dal microfono del walkie-talkie che le pende dal collo le arrivano messaggi confusi dello staff della sicurezza, ma nonostante si prodighi che tutto sia a posto, dà l’impressione che la sua preoccupazione principale sia soddisfare altri bisogni: i propri.

Chiunque abbia visto in questo ruolo durante il mio impiego, sembra avere un gran daffare a far la spola dal banco dei marshmallows americani al gyros greco, passando per quello del vin brulé, ma tutti si guardan bene dal passar davanti allo stand dei regali.

Un po’ come fanno quei genitori che, non appena entrano nel tuo campo visivo, affrettano il passo tenendo saldo il braccio del figlio per evitarsi la scocciatura di dovergli negare l’acquisto del ricordino dal prezzo spropositato.

Rincuora sapere che, comunque, si prendono cura di noi, come quando dopo diversi giorni ci si sente dire: «Se volete portarvi la stufa da casa, fate pure. È così freddo!».

Consola sapere che quella casetta che fa tanto ”mercatini di Natale delle Dolomiti” senza nemmeno uno straccio di stufetta elettrica da bagno, presto non sarà più un ambiente idoneo per stagionare salame.

Ora sono autorizzata a pagarne una di tasca mia e portarmela appresso tutte le volte che lavoro!

Questa possibilità sarà anche l’occasione per tentare un numero degno di Houdini.

Per accendere la stufa devo per forza attaccarla a una presa multipla che, in barba alla forza di gravità, resiste sospesa sopra la porta della struttura con un nastro adesivo scollato, inadatto per il legno.

Le immagini affiancate di due porte in legno (ph. R. Leotti).
Le immagini affiancate di due porte in legno (ph. R. Leotti).

La sicurezza prima di tutto!

Tutto nella norma e in linea con la formalità dell’induction.

La cosiddetta “introduzione” per descrivere le attività e le procedure messe in atto per chi comincia un nuovo lavoro si è finalizzata con due settimane dopo sul cellulare della responsabile. Tempo impiegato? Forse meno di 3 minuti per mettere la spunta a una serie di domande inutili.

Non so se Luca Carboni sia stato ispirato da esperienze similli alla mia per la sua canzone Ci vuole un fisico bestiale, ma anche chi lavora in un ambiente dall’atmosfera così fiabesca deve essere pronto a flettere muscoli ed essere sempre pronto all’imprevisto.

Non so quante lavatrici mi sia toccato fare per essermi sporcata di fango nello spostare scatoloni di bibite e forniture del bar o per il tanfo di sidro che mi è toccato rimuovere dal pavimento dopo che una confezione da diversi litri è caduta dalle mani della barista 20 minuti prima dell’apertura al pubblico: «Cosa hai fatto alla mano? Dove hai la scatola di pronto soccorso?», chiedo ad Ash, responsabile del bar che sfoggia un vistoso rigolo di sangue rappreso mentre mi avvicino camminando su un pavimento dove noto che oltre le mie scarpe anche cavi di vario genere sono sommersi da due dita di sidro brulé.

«Nulla. So che dovrei averne una, ma tanto non sanguina più».

La risposta mi lascia sbalordita, ho davanti una sorta di Mac Gyver in gonnella che sistema quel macello prima di pensare a non farsi del male.

Con questo scricciolo di ragazza che guardo dall’alto del mio metro e sessantuno mi ritroverò a coprire altri turni e improvvisare cocktails natalizi del listino: perchè quando chi di turno non si presenta al lavoro, gli altri devono metterci una pezza e occorre imparare in fretta.

Lo staff più o meno è sempre lo stesso; tra i più grandi per età, non sono l’unica ad aver sforato abbondantemente gli anta.

Ci sono sì studenti che cercano di guadagnare qualcosa, ma anche genitori single, ragazzi apparentemente svitati che poi scopri si son fatti carico di un genitore che non sta bene e fanno due lavori per sbarcare il lunario.

Siamo diversi, ma più passano i giorni, più ci si sente parte di un gruppo.

Una piccola comunità che scompare non appena la responsabile del parco comunica che l’ultimo visitatore è uscito, la musica finisce e con lei la fiaba delle luminarie.

Si spengono le luci, è ora di tornare a casa.

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